Prestiti

7 precari su 10 non riescono ad ottenere un prestito

Disoccupazione e un mercato del lavoro sempre più difficile e complesso stanno generando gravi ripercussioni anche nel mondo del credito. Le richieste di prestiti a settembre 2014 sono risultate ancora in calo rispetto all’anno precedente (-1,0%), con un delta ancora più importante se consideriamo l’intero periodo gennaio – settembre 2014 (-5,8%), durante cui l’importo medio richiesto dalle famiglie italiane è stato pari a € 7.694.

Calo più evidente per quanto riguarda la domanda di prestiti personali (-1,5%) con un importo medio richiesto di € 10.898; flessione invece più contenuta per i prestiti finalizzati, che evidenziano un calo del -0,6% e un importo richiesto medio pari a € 4.816.

Nei primi 9 mesi del 2014, oltre il 51% delle richieste di prestito si sono assestate su importi al di sotto dei € 5.000, con un periodo di finanziamento concentrato sulle fasce fino a 1 anno (22,4%) e oltre i 5 anni (20,9%).

Le difficoltà ad accedere al credito diventano ancora più pesanti per i lavoratori cosiddetti “precari”, senza quindi un occupazione stabile. Adnkronos, in una recente indagine condotta a livello nazionale, ha rilevato come 7 giovani su 10 con contratto a termine non riescano ad ottenere un prestito da istituti di credito e società finanziarie.

L’unica opportunità per il il 70% di giovani che non riesce a ottenere credito, è quella di farsi supportare da una garante, solitamente un genitore e o parente, in grado di offrire diverse garanzie rispetto al richiedente. In ogni caso, i precari che riescono a ottenere un prestito subiranno condizioni sfavorevoli rispetto a:

  •  tetto del finanziamento;
  •  tasso di interesse
  •  durata delle rate.

L’aumento del 19,7% dei contratti a termine, negli ultimi 5 anni, ha reso sempre più importante questo fenomeno, che tendenzialmente potrebbe aggravarsi nel prossimo futuro. La mancanza di credito per queste fasce di popolazione può spingere gli italiani a ricercare fonti di credito non lecite o utilizzare altri canali non ufficiali, con doppio danno per se stessi e per l’economia italiana.

Foto CC di Peter Gerdes da Flickr

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