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Bad Banks: nuova frontiera del mercato NPL?

É già da qualche anno che sui titoli dei giornali, specializzati e non, vediamo sempre più spesso campeggiare l’espressione “bad bank”. Tutti ne parlano, ma il concetto non è ancora totalmente chiaro, anche perché, soprattutto in Italia, fluttua ancora in un limbo normativo.

Cosa sono realmente le bad banks?

In sostanza, si tratta di società create appositamente dagli istituti di credito al fine di liberarsi di cosiddetti titoli tossici, anomali o comunque classificati come di difficile esigibilità (i NPL – Non Performing Loans).

L’esigenza primaria a cui rispondono è quella di “ripulire” i bilanci, epurandoli da perdite derivanti da attività ad alto indice di rischio insolvenza.
Le banche si scindono in due persone giuridiche distinte:

  • la good bank, si occuperà di tutte le classiche attività legate al credito,
  • alla bad bank verrà demandato il compito della gestione di tutti quei titoli classificati ab origine come una possibile perdita.

Le azioni della neonata bad bank potranno essere vendute sul libero mercato, ovvero cedute ai governi nazionali in forma di partecipazione privilegiata.
Nel novero degli assets che vengono ceduti alle bad banks troviamo crediti incagliati o in sofferenza, caratterizzati da un elevato valore nominale, ma che presentano un valore di mercato decisamente inferiore.

Se le bad banks hanno solo titoli tossici, queste società sono destinate ad essere in perdita?

Certo che no!
La sfida è proprio quella di saper leggere attentamente le variazioni del mercato e di individuare il momento più propizio per la liquidazione dei propri titoli, ovvero il momento in cui diminuisce sensibilmente lo spread tra il valore nominale dei suoi assets e quello di mercato.

Ebbene, così descritta, la bad bank sembrerebbe la soluzione ideale al problema delle sofferenze che paralizzano il mercato mondiale del credito.

Non è tutto oro ciò che luccica

Secondo la BCE, infatti, in Europa, nella sola area euro, la quantità di NPL nel 2014 ammontava a 1.000 miliardi di dollari, ovvero il 9% del PIL europeo.
Nel nostro Paese, invece, le sofferenze lorde stimate delle banche sono pari a poco meno di 200 miliardi di euro e, per la maggior parte, si tratta di crediti unsecured, ovvero di crediti non garantiti verso le imprese.

Bad bank: è la soluzione migliore?

Considerata la mole importante di tale tipologia di crediti, destinata certamente ad aumentare – come dimostra il trend dal 2008 ad oggi – la soluzione a prima vista più congrua apparirebbe quella della creazione di una bad bank per gli istituti di credito maggiormente impattati dal possesso di NPL.

In verità quello che sembra un problema di facile soluzione, si trova a dover fare i conti con la normativa europea sugli aiuti di stato.

La commissaria UE alla concorrenza, Margrethe Vestager, in visita a Roma lo scorso settembre in occasione di un’audizione alle commissioni riunite Industria, Attività produttive e Politiche Ue, ha dichiarato che l’ipotesi di una bad bank nazionale è attualmente in discussione a Bruxelles, ma ancora non è stata trovata una formula ad hoc per il nostro Paese, considerata la varietà della tipologia di NPL presenti nel nostro monte sofferenze.

Quali i nodi da sciogliere?

I nodi da sciogliere, anche sul piano etico, non sono pochi. Sarebbe difatti opportuno trovare una soluzione che non pregiudichi gli interessi dei contribuenti, considerato che anche la Commissione Europea propende apertamente per una soluzione che non faccia ricorso ad aiuti pubblici, in quanto non siamo più considerati tra gli stati membri in stato d’emergenza.

In ogni caso, nell’ipotesi in cui si riuscisse a trovare una formula che non faccia appello al sostegno delle finanze statali, si porrebbe il problema di risolvere tutte le criticità legate alla definizione del prezzo dei portafogli NPL in circolazione.
Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, ha dichiarato che sarebbe auspicabile la creazione di una società di asset management, senza l’utilizzo di aiuti di Stato, che stabilisca il fair value dei portafogli NPL, così da assicurare un corretto funzionamento del mercato dei crediti deteriorati ed escludere il trasferimento di eventuali perdite allo Stato.

Quali i rischi?

Il rischio di impatti negativi sui bilanci pubblici, tuttavia, non verrebbe così totalmente scongiurato, poiché l’acquisto dei titoli delle neonate bad banks verrebbe finanziato con l’emissione di titoli di debito da parte della nuova società di asset management, avente garanzia statale.

Cosa accadrebbe, dunque, a questo punto se le bad banks non riuscissero a recuperare l’intero valore dei propri assets?
Stando così le cose, anche lo Stato – e, dunque, i contribuenti – ne verrebbero automaticamente danneggiati.

Moral hazard

Sebbene l’idea della creazione di società più o meno indipendenti dagli istituti bancari che si facciano carico della gestione delle sofferenze sia, in linea teorica, una manna dal cielo diretta a dare nuova linfa vitale al mercato del credito, nella pratica questo pone una serie di interrogativi sul piano etico.

Il moral hazard nella gestione del credito sarebbe inevitabile e ciò influirebbe significativamente sull’efficienza e sulla sostenibilità dell’intero sistema bancario.
Un’ulteriore considerazione di “carattere morale” riguarda la sperequazione di trattamento che avverrebbe tra banche che sino ad oggi hanno operato una gestione oculata delle perdite e istituti che, al contrario, hanno condotto operazioni ad altissimo rischio (potenzialmente più redditizie), senza curarsi delle conseguenze.

Ebbene, l’intervento della mano statale nel salvataggio degli istituti di credito che annegano nelle perdite non sarebbe solo contrario al principio di uguaglianza, ma anche ai principi che regolano il libero mercato.

Come abbiamo visto, dunque, la soluzione al problema per il nostro Paese non è ancora definita e la partita si gioca tutta sul tavolo della Commissione Europea.

Non ci resta che attendere, nella speranza che il risultato delle trattative condotte dal nostro Governo assicurino una soluzione che garantisca trasparenza ed equità.

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