Prestiti

Credit crunch: a che punto siamo?

Lo scoppio della crisi del 2007-2008, nata negli Stati Uniti e generata prevalentemente dall’enorme diffusione dei mutui subprime, cioè prestiti immobiliari concessi a soggetti ad alto rischio di insolvenza, ha condotto alla bolla immobiliare che ha travolto l’economia di tutti i paesi occidentali e non solo.

Conseguenze della bolla immobiliare

Ciò ha comportato, in tutti i paesi occidentali, un aumento delle difficoltà di accesso al credito per le famiglie e le imprese e che ha avuto come conseguenza una riduzione degli investimenti, un aumento della disoccupazione e una consequenziale incapacità a far fronte alle obbligazioni precedentemente assunte.

Si è determinato così un inasprimento dei requisiti per la concessione di finanziamenti chiudendo, di fatto, l’accesso al credito in primis per le famiglie e le PMI.

Credit Crunch

Per riferirsi a tale situazione si utilizza il termine di “Credit Crunch” (letteralmente stretta creditizia) ossia la riduzione della possibilità di accesso al credito. Tale stretta può dipendere dal normale andamento del mercato con un conseguenziale aumento dei tassi di interessi e di richiesta di garanzie o da una specifica scelta delle banche centrali o del legislatore.
Solo di recente in Italia si è registrato un rallentamento del Credit Crunch e una frenata del tasso di crescita delle sofferenze (crediti erogati dalle banche in passato a soggetti che, nel frattempo, sono diventati insolventi). Questi crediti vengono indicati con la sigla NPL (Non Performing Loans) che a seconda della gravità del deterioramento si suddividono nelle categorie dei crediti scaduti, ristrutturati, incagliati e in sofferenza.

Crediti deteriorati in aumento

Dall’inizio della crisi ad oggi la quantità dei crediti deteriorati in pancia alle banche è notevolmente aumentata arrivando a sfiorare, secondo una stima del Fondo Monetario Internazionale, i 200 miliardi di euro (toccando in tutta Europa la quota di oltre 900 miliardi). Se questa enorme quantità di crediti non performing è stata certamente determinante nella riduzione della concessione dei prestiti, oggi lo scenario potrebbe cambiare con la creazione di una Bad Bank tutta italiana sul modello di quella Spagnola.

Bad Bank

La normativa al riguardo è carente ma si sta studiando come renderla compatibile con quella comunitaria inerente gli aiuti di stato e la concorrenza. La recente storia delle crisi finanziarie di paesi nordici e del Giappone insegnano che quando i crediti di dubbia esigibilità pesano sui bilanci bancari, l’offerta di credito risulta ridotta perché gli istituti di credito riducono l’offerta e aumentano i costi del denaro fornendo di fatto l’accesso al credito soltanto per coloro che dimostrano elevati requisiti di solvibilità.

Un recente studio condotto da Abi-Cerved stima che nel 2016 i crediti in sofferenza siano destinati a ridursi e l’istituto della Bad Bank potrebbe servire per ridare nuovamente fiato all’economia.

Le formule per la creazione di una Bad Bank possono essere diverse. Negli ultimi anni, in Europa la tendenza è stata quella di un azionariato misto pubblico-privato, con lo Stato in minoranza e le principali banche “sane” in maggioranza. Così è stato per la Spagna con la Sareb, istituita nel novembre 2012, per raccogliere attivi immobiliari problematici o fortemente svalutati o per l’Irlanda.

Una Bad Bank italiana?

Nell’ultimo periodo sono insistenti le voci di una Bad Bank anche italiana che rappresenterebbe un utile strumento per facilitare l’accesso al credito; in tal modo le banche sarebbero liberate dal peso delle sofferenze ed incentivate, almeno in linea teoria, a concedere nuovi prestiti rimettendo in moto l’economia.

Il fondo monetario internazionale stima che se si riuscisse a liberare le banche dai prestiti deteriorati per l’insieme dell’area euro si sbloccherebbero circa 600 miliardi di nuova capacità di credito verso l’economia reale (in Italia circa 133 miliardi).

Ma come ha ricordato il consigliere finanziario del FMI, Josè Vinals, la creazione di una Bad Bank non sarebbe l’unica soluzione. Secondo Vinals da un lato l’autorità di vigilanza europea insieme alla Banca d’Italia dovrebbero continuare a fare pressione affinché le banche aumentino gli accantonamenti sui non performing loans; dall’altro occorrerebbe ridurre i tempi di escussione dei crediti per far accrescere così il valore di questi asset. I primi passi in tal senso sembrano essere stati fatti con il decreto banche approvato lo scorso giugno che ha modificato la legge fallimentare e ridotto i tempi di recupero del credito.

Tutte le soluzioni prospettate per una migliore gestione dei crediti non performing parrebbero valide. La creazione di una Bad Bank permetterebbe alle banche di alleggerire i loro bilanci dai crediti in sofferenza liberando liquidità e diminuendo il credit Crunch, anche se bisognerà prestare attenzione a non finanziare il nuovo istituto con i soldi dei contribuenti che porterebbe, ancora una volta, ad una riduzioni dei consumi con conseguenziali impatti negativi sulla produzione industriale e sull’occupazione.

Pertanto sarebbe maggiormente auspicabile continuare sulla strada delle riforme giudiziarie per una velocizzazione del processo e del recupero del credito che comporterebbe, senza alcun costo per i cittadini, un immediato aumento di valore dei crediti non performing detenuti dalle banche e una maggiore capacità di credito verso l’economia reale.

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