Debiti

Debiti delle famiglie e debito pubblico a confronto

È notizia di questi giorni che il Fondo Monetario Internazionale nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha segnalato in modo negativo l’esposizione delle famiglie italiane, che fra il 2007 e il 2014 sarebbe passata dal 38,2% al 42,8% del prodotto interno lordo, mentre quello delle aziende sarebbe aumentata dal 71,5 al 76,7%.

Un dato, quello dei prestiti alle famiglie sul quale ci siamo soffermati in un nostro precedente post fornendo dei dati che vanno nella stessa direzione ma che possono essere letti in modo meno allarmistico di quanto ha fatto il FMI: dalla fine del 2007 (prima dell’inizio della crisi) ad oggi i prestiti all’economia sono passati da 1.673 a 1.820 miliardi di euro, quelli a famiglie e imprese da 1.279 a 1.409 miliardi di euro. A marzo 2015 l’ammontare dei prestiti alla clientela erogati dalle banche operanti in Italia, pari 1.820 miliardi di euro, è superiore di quasi 121 miliardi all’ammontare complessivo della raccolta da clientela, che è di 1.699 miliardi di euro.

Per Chiara Fornasari, intervistata da un noto quotidiano nazionale: “Se ci si riferisce a questo arco temporale i debiti risultano in aumento in rapporto a qualsiasi indicatore, si tratti del Pil o del reddito disponibile, per la semplice ragione che questi sono scesi più rapidamente di quanto siano diminuiti i debiti. In realtà negli ultimi due anni i debiti delle famiglie in valore assoluto sono rimasti stabili se non leggermente diminuiti”.

Se allarghiamo lo sguardo all’Europa la situazione italiana è addirittura confortante: le famiglie italiane sopportano complessivamente un debito pari al 62,9 % del reddito disponibile contro una media dei paesi europei che si aggira intorno al 96%. Più preoccupante sembrerebbe la situazione delle aziende che operano con un indebitamento dal 71,5 al 76,7% per cento del Pil. Ciò che preoccupa gli analisti non è tanto il dato puntuale, ma le previsioni secondo cui mentre il debito delle famiglie dovrebbe tornare ai livelli del 2007, cioè prima della crisi, entro il 2020, quello delle aziende sarebbe destinato a restare tale anche per il futuro. Ma anche su questo punto ci sono orientamenti diversi.

Per l’ufficio studi di Mediobanca la tendenza nel mondo imprenditoriale vedrebbe invece un calo dei debiti bancari sostituiti da altre forme di finanziamento, come le obbligazioni, e un rafforzamento posizione netta sull’estero dell’Italia.

Qualche lievissimo segnale di cambiamento anche per il debito pubblico, che raggiunto il 132,1% del Pil è il più alto dell’Eurozona. Cresciuto di oltre 66 miliardi l’anno scorso ha raggiunto a fine dello scorso anno i 2.134 miliardi di euro. Unicamente nell’ultimo mese del 2014 si è registrata un’inversione di tendenza, con un calo di 26 miliardi rispetto all’analogo periodo del 2013. Ma all’inizio di quest’anno è volato a 2.169,2 miliardi con un aumento di 3,3 miliardi a febbraio rispetto a gennaio.

Un grande problema economico che ha profonde radici storiche. La quota del debito pubblico era pari al 36,9% già nel 1960 e raggiunse il livello del Pil nel 1990. Dal 1990 in poi i governi in carica cercarono di intraprendere la strada del risanamento e del riequilibrio finanziario ma senza successo. La realizzazione di avanzi primari consistenti non frenò ma accompagnò la crescita del disavanzo a causa delle elevate spese per interessi. Altro problema, ad oggi irrisolto, e che secondo numerosi osservatori è una delle cause fondamentali del nostro enorme debito pubblico, è la mancata capacità di assorbire le risorse fiscali, in altre parole l’incapacità di combattere la diffusa evasione fiscale.

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