Debiti

Debiti e azione revocatoria

La necessità di liquidità può portare il debitore alla decisione di vendere l’immobile o gli immobili di sua proprietà. La vendita non sempre sarà efficace perché il sistema giuridico consente al creditore di promuovere in alcuni casi l’azione revocatoria, regolata dagli articoli 2901-2904 del codice civile, e riguardante “gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle ragioni del creditore”. Si tratta di una materia complessa che cercheremo di capire meglio anche attraverso alcuni casi pratici.

I presupposti

  • L’esistenza del credito: non è necessario che il credito sia determinato nel suo ammontare o che esista un titolo esecutivo. L’azione revocatoria può essere promossa, per esempio, nei confronti del fideiussore quando il debitore principale è ritenuto inadempiente, o nei confronti di una controparte contrattuale non in grado di far fronte agli impegni presi.
  • L’esistenza di un atto di disposizione con cui il debitore dispone dei propri beni in danno del creditore, rendendo problematico e difficoltoso il recupero del credito. Fra gli atti che possono essere impugnati vi sono:
    • la donazione,
    • la vendita di un immobile,
    • l’atto di divisione di cosa comune,
    • il conferimento di beni in società,
    • la costituzione del fondo patrimoniale fra coniugi,
    • gli atti costitutivi di pegno o ipoteca,
    • gli atti costitutivi di garanzia su debiti scaduti.Sono invece esclusi gli atti di trasferimento della proprietà e dei diritti reali conseguenti alla successione che si apre con la morte del debitore.
  • La dimostrazione (che il creditore dovrà fornire al Giudice) che l’atto compiuto dal debitore determina una diminuzione reale del patrimonio o diminuisce le probabilità di intraprendere con successo l’azione esecutiva. Spetta invece al debitore, per ottenere il rigetto dell’azione revocatoria, provare che il suo patrimonio residuo è sufficiente a far fronte al pagamento del debito.
  • La prova (da parte del creditore) del consilium fraudis, che cioè il debitore abbia alienato il bene con la precisa intenzione di danneggiare il creditore. Circostanza che va provata anche quando l’atto di alienazione preceda il sorgere del credito.

Atti sospetti

Alcune operazioni, più di altre, sono soggette all’azione revocatoria perché hanno caratteristiche tali da far presumere l’intenzione di evitare le conseguenze dell’azione esecutiva. Sono considerati sospetti:

  • gli atti conclusi fra parenti, per esempio una donazione da padre a figlio, tra affini, da suocera a genero, fra conviventi, o atti di compravendita fra colleghi di lavori o fra soci;
  • l’atto posto in essere dal fideiussore cui spetta l’obbligo di tenersi informato sulla situazione patrimoniale del debitore principale;
  • la costituzione di diritti al solo scopo di vincolare il bene come la vendita della nuda proprietà con contestuale riserva dell’usufrutto o l’alienazione del bene immobile da parte del padre al figlio nullatenente, con conservazione della disponibilità del bene mediante la stipula di un contratto di locazione;
  • gli atti di compravendita con modalità di pagamento generiche, o senza la prova del pagamento;
  • gli atti che contengono prezzi bassi rispetto ai valori di mercato del bene;
  • gli atti compiuti a ridosso del sorgere del credito o vicini nel tempo alla messa in mora da parte del creditore.

 

Se l’atto è a titolo oneroso, per agire in revocatoria sarà necessario provare che il terzo fosse consapevole del pregiudizio che arrecava alle ragioni del creditore, e cioè fosse malafede; diversamente saranno fatte salve le ragioni del terzo.

Se l’atto è a titolo gratuito,sarà invece irrilevante l’eventuale buona fede del terzo.

Il termine di prescrizione per promuovere l’azione revocatoria è di 5 anni dal compimento dell’atto.

Due casi concreti

1) Paolo firma una fideiussione di 30.000 euro per un’apertura di credito a Francesco. Prima che Francesco prelevi una somma qualsiasi dal conto, Paolo vende a una società immobiliare le sue proprietà.

A questo punto la banca per tutelarsi promuove un’azione revocatoria contro Paolo il quale davanti al Giudice eccepisce che Francesco non ha prelevato nulla dal conto e che quindi l’azione è del tutto infondata.

Per la Cassazione (sentenza 1450/14) è sufficiente l’esistenza del debito non la sua esigibilità, cioè la possibilità di contestarlo in giudizio. L’insorgenza del danno procurato dall’atto di Paolo è quindi collegata dalla Suprema Corte al momento dell’accredito e non a quello, eventualmente successivo, dell’effettivo prelievo.

2) Un’altra sentenza interessante della Suprema Corte è la 7250 del 22 marzo 2013 che riguarda l’ammissibilità dell’azione revocatoria da parte della banca nei confronti di una coppia di coniugi, i quali avevano costituito un fondo patrimoniale a favore della propria figlia facendovi confluire l’appartamento di cui erano proprietari e che era stato posto a garanzia dell’apertura di credito di una società. La Corte ha deciso per la legittimità dell’azione revocatoria, escludendo il contrasto, sostenuto da controparte, con le norme costituzionali a tutela della famiglia.

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